"Lalbania", di Pietro Millenotti
Fotografia Europea 2017, Ateliers ViaDueGobbiTre, Reggio Emilia


Com’è fatta l’Albania? In che misura conosciamo la sua storia anche recente? Sappiamo, magari, di alcune sue spiagge, o della moltitudine di bunker che punteggiano l’intero territorio del paese ma ci sfugge, ed è un peccato, il cambiamento; e nel cambiamento, la compresenza di un peso pur sempre vicino, quasi materia di riferimento, e di prospettive che vanno aggiustandosi in corsa, verso una definizione più esatta e più ampia. Soprattutto più europea.
Allora "Lalbania" - parafrasando Gianni Amelio e la pellicola che forse ricordiamo - è un’intuizione minima, un’idea del cambiamento, una scoperta leggermente polverosa e da svelare ulteriormente; è un modo di raccogliere le tracce di un percorso sconosciuto ma del quale si ha memoria. 

OTTOBRE 2012




"Sono finiti in prigione" - Riccardo Freddi
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Zenone Contemporanea, Reggio Emilia
(nota critica clandestina)
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Si percepisce una punta di insano eroismo, un sottile sussulto emotivo, fronteggiando a testa alta questa serie di ritratti: assassini, stupratori, mostri e macellai, delinquenti d’ogni sorta che a fatica tolleriamo sulla piattaforma umana.
Ma c’è anche chi in prigione ci è finito per un masterplan tutt’altro che divino (Bartolomeo Vanzetti, Lee Harvey Oswald) o ancora chi in cella è passato soltanto di sbieco e per cose da nulla (è il caso del celebre attore statunitense Woody Harrelson).
Non c’è nessun tipo di intento elegiaco – ci rassicura l’autore; nessuna volontà di ricalcare toni eroici. Traspare certo una fascinazione fisiognomica, ma resta in sottofondo, nota a margine di un quadro più diretto.
Piuttosto c’è l’idea di soffermarsi ad osservare questi volti, ritrovarvi una misura.
Scomporli, decifrarli, riassemblarli.
Procedendo per severi aggiustamenti, per minuscole importanti pennellate, alla ricostituzione di una pura identità; pura perché setacciata, filtrata dai fatti, mondata dal male.
Nasce un carattere nuovo, una nuova realtà. Lo sguardo vuoto e pieno dei soggetti di reato si rimette in carreggiata, ridiventa giustamente quel che è.
Ma contemporaneamente – su un setaccio parallelo e speculare – si procede anche a ritroso: prima si acquisisce un documento, ossia la foto segnaletica, che è limpida, neutrale, un dato esatto (in linea di principio, perlomeno); poi si sposta il documento ad un istante indefinito, quasi astratto, in un’epoca a metà fra il dagherrotipo (la stampa all’albumina, meglio ancora) e certi luci di Velázquez.
La pura identità riprende corpo, si tramuta nuovamente in suggestione.
È l’istante della fine, del finire; l’attimo in cui si biforca, in maniera ufficiale, un intero vissuto.
Ma siamo, allo stesso momento, al di fuori del tempo.
Ed è in questa sospensione che l’autore fissa in volto i suoi soggetti e li immortala.
Così ritorniamo, osservati noi stessi da questi potenti ritratti, alla punta di insano eroismo che lega chi ha infranto la norma e chi invece, dal male, si sente all’incirca al riparo.


SETTEMBRE 2012


"My ToYs" - Ingrid Russo
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Sono cose in piena regola, i My ToYs: ideali e materiali, definite eppure non classificabili.
Nascono mobili, come regalo da fare agli amici, cose create, finite e donate. Per declinarsi più tardi in community, comunità immaginaria, espandibile, potenzialmente infinita; affiancata poi da gruppi di persone in carne ed ossa, estimatori di settore, appassionati occasionali, nuovi amici.
Sono figure meticce, mixate, irreali, i My ToYs, capaci però di dissolvere quella cortina che spesso distingue e separa due mondi: l’aeroporto fantasioso e roboante dei bambini e la torretta di controllo degli adulti; capaci di rimettere in rapporto questi luoghi della mente, questi poli alla deriva (poli in dialogo costante, viceversa, nel paese da cui sorge quest’idea del kawaii, del dolce-leggero-bizzarro, ossia il Giappone contemporaneo); capaci essenzialmente di passare un’espressione, un sentimento, un’attitudine alla vita.
Sono soprattutto cose uniche, i My ToYs, cose clonabili ad occhio, al di fuori del concetto pervasivo di prodotto, serie, cosa omologata strettamente funzionale. Perché il taglio – se succede di rifare un certo toy – disegna un angolo più acuto o un rigo appena più abbondante, perché i punti del cucito si dispongono secondo un altro ritmo, e se la stoffa la si trova di un colore differente può andar bene, addirittura può andar meglio; cambierà un accostamento, una livrea, cambierà – ancora una volta – il carattere del personaggio.
Ciò che rimane, incorrotta e brillante, è la singolarità di ogni figura; quella natura di cosa pacifica e benaugurante, che in un contesto sociale – massimizzando il pensiero di Ingrid – potremmo tradurre nel sogno di vivere serenamente, alla pari, le proprie realtà.
Accompagnati, guidati, accuditi pur sempre da piccole e sane irrealtà.